L’incidente

23 11 2008

7 Novembre 1987, fa freddo e tira un’aria strana. Tutti i semafori verdi, e questo non va bene. La mia A112 rossa va in modo strano e sputacchia un pò… bah… vedremo. Con me c’è Giorgietto, il compagno di arrampicata che tutti vorrebbero avere: fiducia cieca nel capocordata, sale dappertutto e non fa domande. Colazione al bar Caleotto a Lecco poi via, su ai “Resi”. L’obbiettivo è la via Mir al Pertusio. Cielo grigio ma sotto la coltre di nuvole spuntano raggi di sole, c’è già neve. Ultimi 500 metri prima di parcheggiare, un botto, rumore gorgogliante e… la A112 ha sputato una candela!!! Incurante del fatto faccio gli ultimi metri. Il richio è che l’auto prenda fuoco, ma stranamente non ci penso. Arriviamo. Spengo il motore e parcheggio. Che si fa? Si va ad arrampicare, ovvio! Al rientro penseremo poi! Avvicinamento sul “sentee di mort” che sale al rifugio Rosalba in un tempo sempre più cupo. Eccoci all’attacco. La nostra dotazione è scarsa: 4-5 rinvvi, qualche moschettone a pera senza ghiera, 3 fettucce, un discensore a 8 in due, ma la corda e l’imbrago sono nuovi. Ho un paio di jeans, una t-shirt con sopra una felpa con sopra il mio maglione feticcio  di lana azzurra. Ai piedi delle pedule Scarpa con suola in Vibram: le scarpette sarebbero arrivate mesi più tardi. Partiamo! La mia condizione di quasi principiante mi impedisce di riconoscere le difficoltà alte da quelle medie, per me sopra il 4+ è tutto uguale. Ed è così che, di metro in metro, progredisco in apprensione aspettandomi il tratto di A0, quello in cui ci si attacca al chiodo e che se viene fatto in libera vale un “sesto” o giù di lì. Metri, tanti, dopo l’ultimo chiodo. Passaggi che faccio e dopo i quali penso “non sarà certo questo”. Poi una sosta! L’ho fatto! Ma non realizzo subito. Chiodi vecchi, ma vecchi, cordini orrendi. Attrezzo la sosta usando con parsimonia i cordini e i moschettomi per poterne avere a disposizione al tiro successivo. Un’altro tiro, stavolta facile, il sole che non c’è mai stato se non nei miei offuscati ricordi, è definitivamente sparito e si è alzato il vento. Freddissimo e teso, che scende dall’alto e porta fiocchi di neve. Sosta su un terrazzo erboso. Faccio sosta su un solo chiodo: c’era solo quello! E confido, anzi, sono certo che Giorgio non cadrà. Che incoscente principiante! E Giorgio arriva alla velocità della luce. Scambiamo due parole e poi riparto, percorro il terrazzino a sinistra e mi avventuro sullo spigolo verticale e ammanigliato: splendido. Metto un rinvio in un chiodo e dico ridendo a Giorgio “… è già tanto se tiene il peso del rinvio!”. Era veramente pessimo a vedersi. Pochi altri passi e mi appendo ad una protuberanza, tiro e mi sporgo per vedere il seguito. Una stella luminosa mi esplode in faccia, vento e tintinnio, cerco di aggrapparmi alla roccia e urlo qualcosa tipo “TIENI”… Sento voci che mi chiamano e mi sveglio come da un lungo sonno. La protuberanza alla quale ero attaccato era in realtà un blocco delle dimensioni di una anguria che si è staccato e che mi sono tirato sul muso. Il volo di 7-8 metri a testa in giù, poi lo strappo della corda e la fatalità: il moschettone della sosta non è a ghiera (non ne avevamo: costavano troppo!) e per il forte colpo il mezzo barcaiolo salta fuori. Giorgio tenta di fermarmi tenendo la corda con le mani ma inutilmente, il peso e la forza della caduta fanno scorrere la corda che gli ferisce profondamente i palmi delle mani. E la corda scorre via, ed io con lei. Quando finisce, Giorgio viene strappato verso il vuoto. Il singolo chiodo della sosta ed il chiodo terrificante hanno tenuto!!! Non so perchè, è impossibile che abbia tenuto, ballava e faceva troppo schifo, ma ha tenuto. Giorgio è salvo. Dal Rosalba arriva una persona a soccorrermi. Chiamano l’elicottero. Passeranno forse un paio di ore da quando riprendo conoscenza a quando vengo caricato in ambulanza: io mi ricordo minuti, pochi minuti. Dal pratone questa persona mi imbraga con un cordino , mi aggancia al cavo dell’elicottero. Vedo il bestione sopra di me tuffarsi nella valle, ma io sono ancora a un metro dal suolo. In un attimo schizzo nel vuoto in un pendolo a centinaia di metri terra! L’adrenalina ed il terrore mi offuscano la vista e bloccano il respiro! Ecco, è adesso che muoio. Invece no. Mi recuperano e poi mi trasferiscono all’ospedale di Lecco. Sono caduto per 50 metri, le palme delle mie mani, la mia schiena e le anche sono scorticate al vivo. Nei giorni seguenti le lenzuola si attaccano alla pelle durante la notte e piscio sangue. Tre vertebre incrinate. Ma cammino e sono vivo. Giorgio rientra dassolo e non so come arriva all’ospedale. Ho vergogna e mi sento in colpa: ho messo in pericolo la sua vita. Ora che ci penso non abbiamo mai più parlato di questa cosa. I miei genitori arrivano in un misto di fretta e terrore. Mia mamma arriva e prima ancora di salutarmi mi pianta le unghie nei piedi: sì Mamma, li sento ancora e li posso muovere. Attendono la diagnosi e poi la prognosi e non mi dicono nulla, nessuna sgridata, nessun rimprovero. Mai. Mio Papà, colui che fin da quando cammino mi ha iniziato alla montagna, non dice nulla e mi guarda. Lui è un alpinista e sa. Può capitare. In futuro non farà mai accenno all’incidente e si legherà spesso con me. Io e Giorgio arrampicheremo ancora insieme e faremo delle grandi vie. Ma ancora oggi mi domando perchè sono stato graziato. 50 metri, a testa in giù. Se uno muore è normale. Ma sono vivo. Il Marzo seguente sono in una palestrina e la prima discesa in doppia è un incubo ma ricomincio ad arrampicare e curo la mia preparazione e la mia tecnica. Giorgio, anni dopo, è ritornato al Pertusio ed ha rifatto la via dassolo. Oggi arrampico ancora, ho all’attivo anche molte salite solitarie e slegato ma la mia vita non è mai più stata in pericolo. Almeno non per colpa mia o per mia negligenza. Ma da allora, ogni via fatta è stata la più bella. Perchè è stata regalata. E non so perchè!


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2 risposte

24 11 2008
cimaxi

hai esternato ricordi di un decennio fa….
sembra di leggere un capitolo di “Nell’ombra della luna” di Daniele Chiappa!

ciao
m

24 11 2008
diariodellontra

Non l’ho letto, ma sembra interessante! Tra l’altro… è successo nel 1987 e non nel ‘97! Ben VENTI anni fa! Freud sguazzerebbe in questo lapsus. Ora lo correggo. Ho un aneddoto piuttosto gustoso in cui c’entra Daniele Chiappa. Magari lo scrivo!

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